Luca Lischetti

BuzBaz il gioco della vita : 9 aprile – 21 maggio 2017

fotografie scattate da Katarina Sevcikova presso MIDeC (museo internazionale del design ceramico); testo di Stefania Barile - leggi -

 buz baz cerro
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Take a video tour

il gioco della vita

Buz Baz. Il gioco della vita. Testo di Stefania Barile

Potrà l’arte, un giorno non troppo lontano, divenire effettiva strategia formativa nell’ambito dell’educazione civile? Riuscirà a liberarsi dalla gabbia metafisica dell’art pour l’art per offrire un contributo vero, reale e concreto al rinnovamento culturale della nostra civiltà? Sarà in grado di guidare la società verso una riflessione acuta, critica e pungente ma pacifica, in cui il pensiero divergente del genio artistico possa emergere quale modello di progettualità?

È mio compito qui offrire un valido contributo attraverso un esempio di credo condiviso, in cui gli alti valori del vivere sociale convergano in una spinta motivazionale per lavorare insieme, per co-operare impegnando le proprie risorse intellettuali, tecnico-artistiche e organizzative al fine di garantire all’osservatore attento stimoli materiali e spirituali sui quali costruire un futuro sociale più consapevole e più responsabile.

Un gioco di squadra

Un vero e proprio gioco di squadra si trova dinanzi il visitatore della mostra di Luca Lischetti: Buz Baz. Il gioco della vita. Altre anime, infatti, differenti per formazione e per natura, hanno lavorato accanto a quella dell’artista, noto per i suoi spettacolari teatrini polimaterici e per le sue enigmatiche figure umane dal volto inespressivo: uno scrittore di talento, un appassionato d’informatica e una studiosa di filosofia estetica. Tutti impegnati in un contesto interattivo, di ricerca progettazione sviluppo e realizzazione, in cui ciascuno ha messo volentieri a disposizione del team così costituito le proprie specifiche competenze, per elaborarne un intervento culturale interessante e innovativo. La profonda conoscenza del materiale, che tra le mani dell’artista diviene straordinariamente malleabile, duttile, plastico e vitale, risulta intimamente connessa al sapiente uso di una tecnica in grado di valorizzare la materia stessa, attraverso la creazione di un’opera che lo scrittore rende dinamica narrazione, l’informatico stupefacente sorpresa e la studiosa un problema degno di una rinnovata ricerca filosofica.

Il problema in gioco: il dialogo dell’arte con la vita

Tale indagine filosofica, in questo contesto, riesce a mettere in relazione l’estetica con l’antropologia, la riflessione filosofica sull’arte con lo studio dell’uomo e della sua evoluzione, dalla sua comparsa, come creatura neotenica1, fino ai nostri giorni, che amano definirlo, con un’evidente punta d’orgoglio, “uomo tecnologico”. Il rapporto io-mondo da un lato e quello arte-vita dall’altro trovano, infatti, validissimi riferimenti nell’opera di Lischetti, che non perde occasione per riflettere in quel suo originale soggetto tutte le criticità del mondo sociale contemporaneo. Lo spaesamento, l’emarginazione e la conseguente chiusura e immobilità del suo uomo vengono contrapposti alla composizione disordinata dei teatrini, in cui altri individui vengono mossi da fili estranei alla loro struttura.

In questo ambito sicuramente estetico, in cui si manifesta proprio la sintesi di una percezione sensibile molto complessa del mondo contemporaneo, attraverso una tecnica che opera direttamente sulla materia (il legno), lasciando trasparire i tratti caratterizzanti un’espressione surreale volutamente collocata sulla soglia dell’onirico e del sogno, viene aperta una riflessione sulla condizione evolutiva di quell’uomo nella società. E quel rapporto tra io e mondo, da cui nasce l’interazione tra il Sé individuale e il Sé sociale e dunque l’esperienza fin qui puramente estetica, attiva altri stimoli, che non riguardano solo l’ambito della manifestazione sensibile di quanto l’artista riesca ad elaborare della realtà, ma anche la dimensione critico-sociale che proprio all’interno dell’opera d’arte viene immediatamente trasmessa. A questo punto il trasferimento di una complessità sociale all’interno di una sintesi estetica impegna l’artista ad integrare per accomodamento, e non per assimilazione2, alla tecnica, ormai maturata in uno stile distintivo, alcuni elementi funzionali all’attivazione di stati associativi in relazione alla catena degli opposti dipendenza/autonomia, immobilità/interazione, assenza/esperienza, immaginazione/realtà e arte/vita.

E a quel mondo sociale, che pretende conformismo, omogeneizzazione di pensiero linguaggio ed espressione e pieno controllo da parte di un potere che manovra gli individui come marionette, in modo disordinato, senza altro obiettivo preciso se non quello del riconoscimento unanime della propria forza, Lischetti risponde usando il libero e autonomo linguaggio della sua arte. L’artista è libero nella scelta del materiale, della tecnica e del contenuto del proprio intervento nella cultura artistica contemporanea, con cui non ha mai smesso di interagire e confrontarsi nell’ambito dell’esperienza estetica. L’artista è autonomo nella piena consapevolezza del valore morale di quanto crea e presenta al mondo reale: il senso di responsabilità nei confronti di se stesso e della società, a cui sente di appartenere, gli permette di realizzare contesti di riflessione originariamente presenti solo nella sua dimensione intuitivo-immaginativa. Nel momento in cui dal piano dell’intuizione, passa a quello dell’immaginazione con l’ideazione, e successivamente all’esperienza, estetica e artistica, con la creazione dell’opera, l’arte di Lischetti è pronta a dialogare con la vita. L’oggetto estetico si presenta alla vita come il frutto della sua più alta funzione, quella di un pensiero divergente capace di raccogliere, attraverso i sensi, e di elaborare, attraverso la percezione e quindi anche la componente cognitiva più razionale, quegli stimoli che la vita reale propone e diffonde in ogni istante.

E poiché nella sua opera l’artista impegna tutto se stesso, egli desidera essere capito, compreso e accolto e anche criticato, discusso e messo duramente alla prova, ma mai abbandonato a sè e lasciato alla bieca indifferenza. L’impegno artistico, morale e, in questo caso, civile reclama un riconoscimento che il visitatore non potrà negare. Non solo un’esposizione d’arte contemporanea dunque, ma un’idea progettuale maturata nel tempo e finalmente realizzata negli spazi espositivi del MIDEC a Cerro di Laveno, che ancora una volta si distingue per la competenza e per l’attenzione con cui seleziona e presenta i suoi artisti. L’obiettivo dell’intera operazione non consiste nell’offrire una sintesi culturale del proprio tempo attraverso l’opera d’arte creata da Lischetti, ma nel garantire delle linee interpretative, intorno alle quali aprire ulteriori ipotesi sul mondo sociale, in cui abitiamo ed operiamo, proprio attraverso la presentazione di tale opera. L’intervento di Lischetti, occupando così le tre sale comunicanti del rinnovato spazio espositivo, comprensive dell’area esterna, per altrettante ambientazioni funzionali ad accogliere, invitare e coinvolgere il suo pubblico, chiede al visitatore di entrare nel luogo del gioco, di partecipare in modo attivo, osservando e accettando di ricoprire un ruolo nell’interazione proposta, e di avviare una riflessione che non si ferma a ciò che appare, al fenomenico, ma che viene proiettata oltre l’immagine particolare e contingente, verso quella dimensione generale e universale che sa abbracciare il profilo del Sé sociale.

E quello proposto dall’opera di Lischetti è un percorso fatto di sculture in legno, dipinti elaborati in assemblages e immagini, ancora dipinte o scolpite o proiettate, capaci di suscitare suggestioni molto intense, non solo sul piano emotivo. Il suo lavoro, infatti, induce l’osservatore alla riflessione proprio su quella dimensione tragicomica che è la vita, costantemente in bilico tra una catena di opposti che tendono costantemente a costruire ulteriori distanze, rappresentate da pareti-muri-interni/esterni, fino a perdersi in un’idealità, in un’astrazione che non appartiene più al mondo della vita reale, ma a quello di una dimensione totalmente mentale e distaccata dalla quotidianità, in cui chi malauguratamente si trova a non godere di tale potere si limita a eseguire passivamente, come una marionetta tirata dai fili di un burattinaio scaltro, impietoso, disumano.

Il luogo del gioco

In questo contesto, in cui l’interazione tra il Sé individuale e il Sé sociale si risolve in un rapporto costantemente cercato e posto a fondamento della struttura psico-fisica di ciascuno, ogni spazio risulta un’enorme cassa di risonanza per gli insoliti ma originalissimi dialoghi tra le “cose” presenti nelle sale, siano esse oggetti o profili umani, lunghi fili atti a manovrare o uomini dai volti dipinti di bianco, dalle posture drammaticamente fissate in schemi differenti dall’ordine di movimento proveniente da ciò che sta fuori di loro. Il punto in cui Lischetti avvia il percorso si trova volutamente all’esterno, fuori dalla porta d’ingresso alla prima sala espositiva, in cui il visitatore deve presentarsi come l’uomo del Parlatoio: proteso in avanti, curioso e attento a tutto ciò che succede all’interno di una dimensione completamente sconosciuta. Non può vedere cosa avviene dall’altra parte del muro, ma può ascoltare e attivare l’immaginazione nel momento in cui non riconosce la voce o le voci che stanno oltre il dispositivo che lo costringe a restare lì. Inconsapevole del dramma in cui è imprigionato, l’uomo di quest’opera apparentemente non gode di alcuna libertà.

Egli è costretto all’ascolto senza possibilità di replica, è obbligato all’attesa senza la certezza di essere inserito nel gioco anche soltanto come uditore, è unico e solo nel suo rapporto con quel pezzo di mondo che ne sta mettendo alla prova la costanza, la pazienza, la tenacia, la determinazione nell’affrontare la sfida indispensabile al proseguimento del percorso. In realtà si tratta dell’unica libertà di cui dispone, che però dipende direttamente dalla sua identità psichica e dalla qualità della formula comunicativa emessa. Se da quell’ascolto si raccolgono solo ordini e pensieri già confezionati pronti per essere solo ripetuti, allora la libertà a cui si accennava sopra è quella di un uomo considerato solo come colui che si limita a eseguire, privo di alcuna volizione, intraprendenza e capacità critica. Se, invece, da quell’ascolto si attivano lucidi pensieri e riflessioni critiche sulla realtà sociale di appartenenza, allora senza dubbio si tratta di libertà autentica, vera risorsa per una convivenza democratica, aperta al dialogo costruttivo e al confronto leale. Dal Parlatoio, in cui il visitatore viene preparato all’ascolto, si passa alla sala della Presentazione. Qui l’artista Lischetti presenta gli ambienti in cui opera il burattinaio Buz Baz: i dipinti su tela con l’innesto di elementi lignei, i teatrini polimaterici e una figura umana appoggiata alla parete in attesa di essere avvicinata e di ricevere un’ulteriore attribuzione di significato, in qualità di ennesima vittima del pregiudizio o dell’interpretazione altrui.

Nei dipinti le mani, che escono dalla tela e che vengono fissate sul trapezio o poste a manovrare le diverse figure più o meno complete presenti nella scena, diventano artefici del destino di ciascuno. Sono quelle mani ad afferrare, a muovere, a trattenere, a rilasciare, a dominare il gesto, la postura, il destino di quell’immagine. E sono ancora quelle mani che catalizzano l’attenzione dell’osservatore, accentrando su di sè il potere suggestivo dell’intera opera e offrendo in cambio libero accesso alle quinte di quel boccascena, sempre ricolmo di coloratissime forme geometriche su fondo scuro, che ricorda da un lato, quello più ludico, i giochi metafisici dei fratelli de Chirico; dall’altro, quello più impegnato, l’automatismo surrealista. I teatrini, confezionati in cornici dotate di vetro, racchiudono le stesse dinamiche dei grandi pannelli dipinti, ma, a seguito di una selezione e di una riduzione mirata di materiale e di dimensione rispetto alle tele, le immagini, tendono a focalizzarsi solo su un dettaglio della scena. É in questo contesto che si rilevano i profili dei personaggi coinvolti e si intuisce la trama della narrazione che li comprende.

La figura umana, infine, attende. Se nel Parlatoio il visitatore era stato educato ad ascoltare, qui impara ad aspettare: rallentando il passo e fermandosi accanto all’uomo dal volto bianco privo di espressione, ma nella veste di un buon mimo capace di esprimere le proprie emozioni attraverso il corpo e il suo colore, il visitatore lo interroga sul suo ruolo, sul suo significato. E qui, dinanzi a lui, riconosce la conformità di un’identità sociale, rappresentata proprio dal volto dipinto di bianco, e allo stesso tempo la presenza di un’identità psichica, offerta da un corpo sempre vestito di colore. E se la maschera risulta l’elemento drammaticamente “uniformante”, nascondendo l’autentica espressione del pensiero umano del singolo individuo e rassicurando il visitatore attraverso l’attribuzione di ruolo sociale (il mimo, appunto), la postura del corpo, più o meno irrigidita in base al contesto in cui viene collocata, offre quel richiamo empatico che tende ad avvicinare il visitatore e a renderlo partecipe del dramma sociale di cui quella figura risulta la portavoce. Qui, non trovandosi né a manovrare né ad essere manovrate meccanicamente, le mani, tanto valorizzate nei dipinti, spariscono nella massa corporea. Entrata nel sistema, pur non essendo del sistema, la figura umana proposta da Lischetti ormai non ha più bisogno di fili. Essa sa rapportarsi con il mondo con il suo silenzioso ed assorto osservare e dallo stesso si difende attraverso una consapevole passività nei gesti e una straordinaria attività critica tutta interiore capace di esprimersi nel colore. E se con il rosso viene evidenziata la rabbia e la ribellione di quell’anima pensante, resa prigioniera da un sistema sociale in cui non si riconosce, che disperde all’esterno, fuori da sé, l’energia psichica repressa e rimossa per troppo tempo; con il nero si apre la possibilità della ricarica psichica stessa, in cui l’uomo di Lischetti assorbe energia dal contesto in cui viene collocato. E da qui nasce il suo movimento: l’energia cinestetica di Buz Baz penetra nelle fibre legnose di questa figura che inizia a muovere il suo corpo. Ancora priva di quella coordinazione che le avrebbe garantito maggiore sicurezza e autonomia, la figura si libera dall’immobilismo psico-motorio in cui era stata reclusa e accenna finalmente i primi passi. I suoi movimenti somigliano ancora a quelli delle marionette: sembra mancare di una struttura portante e rende manifesta la difficoltà oggettiva di agire autonomamente nel mondo. Necessita ancora di molto esercizio, di quell’allenamento che gli consentirà non solo di coordinare meglio i propri movimenti, ma anche di inserirsi nella dimensione sociale con una autonomia funzionale alla realizzazione del progetto che, nei lunghi periodi di immobilità, ha pensato per sé.

Ed ecco, nella sala del Gioco della vita, la palestra dei Buz Baz in un’ambientazione in cui il pannello contenente decine di omini si riflette in un monitor che trasmette continuamente una serie di video, realizzati dall’appassionato d’informatica Mattia Lischetti (figlio dell’artista) e vivacemente commentati dallo scrittore di talento Mario Chiodetti, in cui i Buz Baz vengono animati. Finalmente liberi dallo stato neotenico, da quell’immaturità originaria, in cui sono stati imprigionati fino a quel momento, gli uomini di Luca Lischetti si mostrano in un’evoluzione complessiva, si riappropriano di se stessi e, pur tenendo in considerazione la fatica quotidiana del mantenersi in equilibrio in un sistema che oscilla continuamente da un estremo all’altro, rappresentato nella sfera collocata tra i Buz Baz e il monitor, danno inizio al loro viaggio nel mondo sociale. Quella neotenia, che li ha trattenuti nella dipendenza assoluta per tanto tempo, al punto di averne atrofizzati il corpo e la psiche, ha lasciato spazio e tempo a una lunga e difficile evoluzione. Impedendo il movimento dei muscoli, dei tendini e delle fibre nervose, e ostacolando anche la manifestazione della volizione, dei processi di ideazione e di progettualità nell’ambito del rapporto tra pensiero e azione, e, ancora, del desiderio di trasmettere, di condividere, di prendersi cura di qualcosa e di qualcun altro, tale condizione d’immaturità e ritardamento originari ha rallentato lo sviluppo di tutta quella dimensione della socialità che riconosce l’individuo come “altro” e come fondamentale “co-protagonista” della storia dell’umanità.

Il vincitore

Alla fine del percorso al visitatore, già avviato alla comprensione del valore dell’ascolto, dell’attesa e del movimento, l’artista chiede di applicare queste rinnovate abilità nella sala del Vincitore, poiché non esiste gioco che non abbia un vincitore, almeno uno che si sia distinto per aver raggiunto prima di altri lealmente la meta, intesa qui come obiettivo finale del percorso. E la prova consiste nel lasciarsi coinvolgere intimamente e fisicamente nell’ambientazione composta da un pannello su cui è seduta una scultura in legno che Lischetti ha sonorizzato con una serie di improvvisazioni in tempo reale del soprano Rossana Maggia3 (1930-2014), nota per le onomatopee futuristiche musicate per intonarumori del futurista Luigi Russolo, e una pedana, su cui sono state collocate tre piccole sculture in legno dipinto raffiguranti i Buz Baz, ripresi in posture differenti, e una scultura seduta, dal volto bianco completamente vestita di nero, che tiene sulle ginocchia un cubo azzurro, sulle cui facce visibili sono stati scritti tre numeri 17 - 45 -17 corrispondenti al codice identificativo di Primo Levi4 durante la sua prigionia ad Auschwits e un colibrì, simbolo di libertà e bellezza della natura. Il visitatore si trova così dinanzi ad un altro teatrino, questa volta tutto tridimensionale, in cui potrà trovare posto anche lui tra i protagonisti dello spettacolo del gioco della vita. Accanto al concentrato e silenzioso uomo che ascolta i vocalizzi giocosi della soprano Maggia, ci sono i Buz Baz che continuano gli allenamenti per migliorare la coordinazione del loro movimento e un Primo Levi in attesa che tutti gli uomini sviluppino la capacità di memoria storica e per non dimenticare mai le terribili tragedie della civiltà contemporanea.

Marzo 2017

Tanti stimoli differenti che il visitatore sarà chiamato a leggere e ad interpretare liberamente, sulla base delle suggestioni che susciteranno in lui e delle riflessioni che ne potranno derivare. Libere interpretazioni dell’arte nel dialogo costante con la vita verranno formulate dunque, svincolate da pregiudizi e da formule stereotipate, da schemi comportamentali obbligati e da pensieri già pensati. Qui non domina più alcun burattinaio, ma solo lo sguardo pulito, leale e disponibile a partecipare attivamente al gioco della vita: quello sguardo sulle cose, capace di valorizzarle per la loro peculiare caratteristica, che consiste nella più lucida rappresentazione di quel bene comune, promotore di una rinnovata formula di educazione civile, qui presentato come l’arte di Luca Lischetti.

1 Creatura neotenica, secondo la teoria del filosofo Arnold Gehlen (1904-1976) ripresa da quella dell’anatomista olandese Lodewijk Bolk (1866-1930), significa immatura e priva di una relazione geneticamente codificata con l’ambiente, poiché mancante di istinti naturali, e dunque, per natura, “disadattata”. Dinanzi a questa situazione di fragilità, per compensare la carenza biologica di organi specializzati, presenti in tutti gli altri esseri viventi del pianeta, l’unico strumento di difesa di cui l’uomo dispone nei confronti dell’ambiente è l’azione, con cui l’uomo è riuscito a rielaborare il suo rapporto con la natura per crearsi un mondo più adatto, un mondo artificiale che gli consentisse la sopravvivenza, cioè il mondo sociale della “cultura”. Di Gehlen si consiglia Der Mensch. Seine Natur und seine Stellung in der Welt, 1940; L’Uomo, la sua natura e il suo posto nel mondo, trad. it. Carlo Mainoldi, Feltrinelli, Milano 1983.

2 Seguendo le indicazioni di Jean Piaget (1896-1980) sullo sviluppo cognitivo degli apprendimenti, accomodamento e assimilazione sono due processi di apprendimento. Il primo risulta fondamentale che comporta la modificazione delle idee o delle strategie a seguito delle nuove esperienze, mentre il secondo elabora le nuove esperienze e le nuove informazioni in modo tale da adattarsi alle strutture già esistenti. Di Piaget si consiglia Lo sviluppo mentale del bambino e altri studi di psicologia, Einaudi, Torino 1967; L'epistemologia genetica, Laterza, Bari 1971; L'immagine mentale nel bambino, con Bärbel Inhelder, con la collaborazione di M. Bovet, A. Etienne, F. Frank, E. Schmid, S. Taponier, T. Vinh-Bang, La Nuova Italia, Firenze 1974.

3 Rossana Maggia viene celebrata da Luca Lischetti per l’importante operazione culturale che ha condotto sulle scene internazionali come cantante futurista, quale interprete di un canto immaginativo ispirato a sensazioni personali e all’improvvisazione. Per vent’anni si è impegnata nella diffusione di questo particolare genere musicale, esibendosi in Italia e all’estero. Si vuole ricordare qui che nel 1981 costituisce con Roberto Dikmann, Michele Biasutti, Riccardo Sinigaglia e Riccardo Santoboni il Petit Cafè Concert Futurist che viene presentato alla Fenice di Venezia, al Centre Pompidou di Parigi, e poi a Nizza, Valencia, Vienna, Amsterdam, Lyon, Monte Carlo e Bratislava.

4 Primo Levi (1919-1987) scrittore di famiglia ebraica dal 22 febbraio del 1944 al 28 gennaio 1945 è stato prigioniero ad Auschwits. Se questo è un uomo, La tregua, Sommersi e salvati sono solo alcuni dei suoi libri più conosciuti.